Non è proprio una situazione senza vincoli.
La regola dei “6 mesi e 1 giorno” riguarda soprattutto la residenza fiscale: in Italia, in linea generale, sei considerato fiscalmente residente se per la maggior parte dell’anno, quindi almeno 183 giorni, hai in Italia residenza, domicilio o presenza fisica. Dal 2024 conta anche la presenza fisica, pure non continuativa. Quindi non basta dire “mantengo la residenza anagrafica in Italia”: bisogna guardare anche dove vivi realmente, dove hai il centro dei tuoi interessi e quanti giorni passi nei vari Paesi.
Nel tuo caso, se lavori per un datore italiano ma fisicamente dall’Islanda per periodi lunghi, ci sono almeno tre aspetti da verificare:
- autorizzazione del datore di lavoro;
- profili fiscali tra Italia e Islanda;
- profili previdenziali/assicurativi e diritto di soggiorno in Islanda.
Come cittadino UE/SEE, in Islanda hai libertà di ingresso e soggiorno, ma se vuoi risiedere lì per più di 6 mesi devi registrarti presso Registers Iceland. L’Islanda, inoltre, considera rilevante anche il limite dei 183 giorni in un periodo di 12 mesi: se lavori e vivi lì per periodi lunghi, può nascere tassazione locale o addirittura residenza fiscale islandese.
Attenzione anche alla parte contributiva: per il telelavoro transfrontaliero nell’area UE/SEE esistono regole e certificazioni, come il documento A1, per stabilire in quale Paese si versano i contributi. Non è una cosa che il dipendente dovrebbe gestire da solo “partendo e basta”, perché può creare problemi anche al datore di lavoro.
Quindi, in pratica: qualche settimana o brevi periodi all’estero, con accordo del datore, di solito sono molto più gestibili. Periodi lunghi e ripetuti, soprattutto se ti avvicini o superi i 183 giorni fuori dall’Italia o in Islanda, vanno valutati prima con consulente del lavoro/commercialista e con l’azienda.
Io eviterei di ragionare solo sul “mantengo la residenza in Italia”, perché quello non chiude automaticamente la questione.